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“Contemplando le passioni altrui nella Commedia e nella Tragedia, blocchiamo le nostre passioni, le rendiamo più misurate, e le purifichiamo”

Aristotele

 clitennestra

Maestra d’ogni tempo, la tragedia solca il mare dell’evoluzione umana, attanagliando, incredibilmente attuale, lo spirito dell’uomo nel vortice della sua esistenza. Esistenza che si rivela essere lo specchio dell’agire di personaggi che hanno segnato la storia della cultura dell’uomo moderno, ergendosi a patrimonio da custodire nella memoria e, ancor di più, nello spirito di ciascuno di noi.

Ci si accinge con sospetto e diffidenza, probabilmente con un po’ di paura, alla lettura del testo tragico, che, tra tanti altri, ha reso il popolo greco immortale, immune dallo spavaldo logoramento che il tempo esercita su ciascuno di noi. Eppure, appunto, la tragedia resta, a rappresentanza di un’umanità che forse in qualche modo risponde al vortice vichiano che ci porge dinanzi ad un mondo incredibilmente simile, sordo al trascorrere dei secoli.

Ed ecco che la si riscopre più attuale che mai, nel momento in cui ci si ferma davanti alle parole di Edipo, vittima e carnefice, alla morale di Antigone, al nobile sacrificio di Alcesti, alla spietata follia, pregna di lucidità, che caratterizza Medea, all’arguta, drammaticamente ammaliante figura di Clitennestra.

Clitennestra è  figlia di una realtà che la vede succuba del volere dello sposo, una realtà che risveglia in lei la forza distruttrice di una madre privata dell’amore della propria figlia. Clitennestra: dissidio interiore dell’animo del lettore. D’altronde, cos’è la tragedia se non conflittualità del reale?

“Ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare.”

W. Goethe, Colloqui con Eckermann

 Clitennestra rappresenta il perfetto connubio di sofferenza subita e reazione al torto patito, attraverso un filo rosso che unisce, nel corso degli anni, il capolavoro eschileo a quello euripideo, rendendoli inscindibili nella promessa di mantenere vivo il dramma dell’Atride Agamennone e della sua reggia; dramma che propone in nuce i vari aspetti dei personaggi che si avvicendano sulla scena, pur assimilandosi attorno al fulcro che la figura di Clitennestra rappresenta nella dinamica tragica.

È possibile scorgere tutto ciò sin da Eschilo, poeta che, come ci ricorda il Perrotta, fu essenziale precursore dell’arte tragica, poiché si fece portavoce di passioni e di azioni gigantesche, in cui vive ardentemente quell’incredibile abilità consistente proprio nel saper scolpire, come inermi ritratti su un affresco incolmabile, figure che rendono varia l’assortita moltitudine umana, e che, pur non assumendo completamente le sembianze dei comuni mortali, come accadrà con Euripide, ci pongono dinanzi ad una realtà poliedrica, in cui Eschilo stesso non si intimorisce nel trattare di  Eteocle e delle sue imprese eroiche, poi di Clitennestra, figura prorompente, che trama vendetta e regna da sola, giungendo ad Elena, della quale celebra “il sorriso di mare non turbato dal vento”, e culminando in  Cassandra, che, doppiamente sventurata, invidia al querulo usignolo le ali e la gioia del canto. Ed ecco che Eschilo dipinge in maniera unica il panorama della tragicità, servendosi di una miriade di volti autentici, rendendosi artefice di uno di quei miracoli che solo nella poesia si possono verificare: quello di celare personaggi dalle sembianze cupe e sovrumane con un velo di umanità che ce li fa percepire da un'altra prospettiva, quella da cui l’uomo è e vuole essere continuamente spettatore. 

È in questa grandezza racchiusa nel patrimonio eschileo che si dischiude il miracolo di Clitennestra, donna che, da assassina, può improvvisamente apparirci vittima sdegnata per il sacrificio di Ifigenia, figlia amatissima; in Clitennestra, colui che osserva i fatti assapora, grazie all’immortale poesia tragica, quell’ odi et amo che lega il filo conduttore di un inganno tremendo, nonché la causa del drammatico patire, il dover fare i conti con quell’indole vendicativa che agita i costumi di una donna dal senno virile, che getta la maschera solo dopo aver ritrovato la vita con la morte del marito, come se questa fosse stata la più giusta e felice vendetta con la quale si potesse conseguire la rinascita del suo essere. Clitennestra, infine, è un unico volto nella diffidenza di tanti, un unico volto in cui naufraga l’ Uno, nessuno e centomila pirandelliano, un unico volto che, nella sua straordinarietà, ci mette difronte a sentimenti atroci, ma umani, dai quali il genio greco tenta di liberarci. 

GIULIA AZZINARO,  classe III  A QUADR

Articolo inviato dalla Prof.ssa Maria Felicita Mazzuca.